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La favola delle piccole cose.

Paddy il coniglio e la casa nel bosco. La copertina del libro le era rimasta appiccicata alla faccia dalla sera prima. Si era addormentata mentre leggeva una storia a Giovannino, e ora una grossa P campeggiava fiera proprio sotto l’angolo dell’occhio, ricoprendole per intero lo zigomo sinistro. Si massaggiò appena la mandibola con la punta delle dita e aprì un occhio, direzione comodino. Già le sette. Il dottore si era raccomandato di non alzarsi di scatto dal letto, che con quella pressione ai minimi tollerabili non si sa mai cosa può succedere, ma lei niente. Con un balzo da giaguaro ottuagenario abbandonava il materasso tra giramenti di testa e scricchiolii delle ossa, certa che se avesse tardato anche solo di poco, una parte di lei sarebbe rimasta addormentata chissà dove. Molto meglio sentirsi vivi all’improvviso, col corpo che ti ricorda in ogni centimetro che i diciotto anni arrivano una volta sola, poi volano via.

Anna dormiva ancora. Questo era un ottimo segno, perché significava che forse il momento della pipì poteva essere salvato, almeno quella mattina. Per evitare sorprese, si calò pantaloni del pigiama e mutande come una velocista alle olimpiadi e prese possesso della tazza, puntando gli occhi al soffitto per gridare al miracolo. Poco meno di tre secondi netti e Anna spalancò la porta del bagno.

– Ma non hai ancora finito? Dai mamma, che oggi ho ginnastica! Mi devi fare la borsa!

Era stata questione di mesi. “Buongiorno mamma” non si usava più. Se era fortunata poteva sperare di elemosinare un seccato “ciao ma’”. Nelle giornate peggiori, come quelle di ginnastica, lasciava la pipì a metà convincendosi fortemente che, tutto sommato, fosse un valido esercizio per allenare il perineo sonnecchiante di una madre semi-stagionata quale era. Grazie Anna e Aloha mondo! Un’altra splendida giornata sta iniziando!

Giovannino stava seduto in cucina: la sedia davanti alla tv, il naso che quasi sfiorava lo schermo, le fauci sgranocchianti e un pacchetto smezzato di biscotti tra le mani.

– Giò, così diventi cieco -, e pensò a quante volte ancora glielo avrebbe ripetuto senza ottenere risposta, continuando per anni a spazzare briciole dal pavimento. Stavolta, però, Giovannino si girò e la guardò con aria di rimprovero.

– Cos’hai sulla faccia?

Rosalba si guardò allo specchio del corridoio e vide il segno sullo zigomo. Una bella P di Paddy sul suo viso stropicciato.

– Niente, devo aver dormito sul tuo libro. Fra poco non c’è più, vedrai. Adesso sbrigati, che facciamo tardi!

Il tragitto in macchina non era mai troppo entusiasmante. Rosalba guidava in silenzio pensando a tutte le cose che non sarebbe mai riuscita a fare entro la fine della giornata. Giovannino dietro, guardava fuori dal finestrino il susseguirsi di case, palazzi, campi umidi avvolti dalla foschia, e ancora case, palazzi e campi. E altri campi. La monotonia di quella sequenza quotidiana era interrotta solo dal cimitero comunale, che tra le altre cose indicava esattamente che si trovavano a metà strada tra la loro abitazione e la scuola. Ogni volta che passavano davanti al cimitero, Anna, seduta sul sedile davanti, distoglieva lo sguardo, convinta che se si fosse soffermata troppo ad osservare oltre la cancellata arrugginita, avrebbe visto uscire due o tre zombie famelici, che percependo a distanza il suo odore invitante, a metà tra una bambina e un’adolescente, si sarebbero sicuramente lanciati all’inseguimento della macchina della mamma per mangiarsela. Ormai, però, essendo grande, si vergognava troppo di chiedere a sua madre se fosse possibile che questo accadesse.

Davanti a scuola, come tutte le mattine, la fauna locale dava il meglio di sé. Tutto era costantemente, inevitabilmente immutabile, come un mangianastri rotto che si inceppa sempre nello stesso punto.

La mamma in pigiama precedeva sempre Rosalba. A qualsiasi ora se la trovava davanti, materializzatasi all’improvviso dal niente. Sbadigliando fermava la macchina dietro lo scuolabus, faceva scendere il figlio, e appoggiava le braccia sul volante in oziosa attesa, finché il bambino non avesse varcato l’uscio d’ingresso, scomparendo. Il calciatore che fu famoso, ma oggi non più, parcheggiava puntualmente il suo suv-astronave di sbieco, nel posto riservato ai disabili, bloccando il passaggio alla mamma in carriera che aveva appena lanciato i figli fuori dal finestrino, e doveva correre alla sua scrivania tutta carte e squilli di telefono. Il nonno in pensione, zaino e artrite in spalla stava sempre un passo avanti alla nipote, bionda, carina e con un quarto di brioche all’albicocca ancora in bocca.

Rosalba sorpassò la mamma in pigiama, si accodò alla mamma in carriera e fece scendere i bambini. Giovannino le mandò un bacio con la manina mentre chiudeva la portiera. Anna produsse vocalmente qualcosa che per assonanza assomigliava vagamente ad un ciao. Sempre meglio di niente. Non appena fu sola, Rosalba si accese la prima sigaretta, la migliore della giornata. Tirò una boccata viscerale, aspettando che il papà calciatore si togliesse dalle palle, e già sentiva che la sua giornata aveva preso una piega migliore. E a proposito di piega, si ricordò che aveva un appuntamento dalla parrucchiera.

Il paese si concentrava tutto attorno ad un paio di vie principali, ai piedi della collina, da cui si diramavano vie e viuzze in maniera ordinata, quasi maniacale. Svoltato in una di queste, Rosalba parcheggiò la macchina davanti al negozio e spense la sigaretta nell’ultimo buco libero che rimaneva nel suo portacenere, spingendo giù in profondità il mozzicone ormai defunto e ripromettendosi di svuotarlo, prima o poi.

Marisa aveva appena acceso lo stereo e inserito il solito cd di musica latinoamericana, che suonava a ripetizione per otto ore filate, non una di più, né una di meno, senza mai fermarsi. Canticchiava a bocca semichiusa in un portoghese improbabile e si cotonava un lungo ciuffo di capelli rosso tiziano nell’attaccatura posteriore della testa, con un pettinino a cui mancava qualche dente. Le piacevano le teste gonfie, un po’ selvagge, un po’ retrò, ed era brava Marisa, se riuscivi ad apprezzare il suo stile.

Tutti, in paese, sentenziavano che avesse iniziato facendo la mignotta in una cittadina vicino Napoli e che poi si fosse innamorata perdutamente di un barbiere che, in cambio dei suoi servizi, le aveva insegnato a tagliare i capelli. Così quando l’età le portò via la freschezza e la gravità la abbandonò, investì nel salone una parte del gruzzolo guadagnato a far felici gli uomini, anche quelli ormai sazi che, cravatta e maglioncino, la chiamavano mignotta comodamente seduti a capotavola, in una sera qualunque della settimana, mentre la moglie gli toglieva il piatto da sotto il naso.

Rosalba entrò con l’andatura di una vecchia amica che ha soltanto bisogno di sedersi. La tracolla della borsa stretta in una mano, come un mazzo di fiori secchi, e la giacca tolta per metà.

– Rosà, ma che c’hai sulla faccia?

Si guardò allo specchio del negozio, al quale era sempre molto grata perché deformava leggermente in lunghezza e le toglieva quattro, cinque chili senza fare alcuno sforzo. La P di Parrucchiera era ancora stampata chiaramente sul suo zigomo e non dava segni di cedimento.

– Mi sono addormentata con la testa sul libro di Giovannino. Fra un po’ sparisce.

Marisa passò un dito inanellato sul viso di Rosalba, a ripercorrere la forma della lettera, come fanno i bambini quando imparano a scrivere. Chinò la testa di lato e fece uno dei suoi migliori sorrisi materni, di quelli che ti fanno capire che non è niente di grave. Andrà tutto bene.

– Si, mo’ se ne va. Siediti, ja, che ti metto la mantellina. Oggi ti sistemo che è una bellezza!

Rosalba non si poteva definire brutta. Con le sue forme burrose e i profondi occhi grigi, da ragazza aveva conquistato perdutamente più di un coetaneo, grazie anche alla sua vitalità delicata. Poi era arrivato il matrimonio, un marito sempre troppo impegnato, i figli, una casa eccessivamente grande da gestire in solitaria e la sua luce si era affievolita un po’, prima in superficie, poi scivolando lentamente nei corridoi della sua memoria. Rimaneva in lei, osservandola, una gestualità soffice, avvolgente e tenera, che poco aveva in comune col suo aspetto di donna trasandato e anonimo.

Dopo due ore di pungenti pennellate all’ammoniaca, massaggi con le unghie dal cranio fino all’amigdala, rumore di sforbiciate sopra, sotto, a destra e a sinistra, sempre troppo vicino alle orecchie, aria rovente di phon sul collo, pettini, spazzole e nuvole di lacca, Rosalba era tutta cotonata, a metà tra la Loren negli anni ’60 e il cantante dei Cure negli anni ‘80. La pigrizia di mettersi alla ricerca di una nuova parrucchiera, che parrucchiera non sarebbe stata, ma si sarebbe chiamata Jessica, 29 anni, hair stylist, 150 euro taglio e piega, colore a parte e se vuoi uscire dal negozio ti compri pure lo shampoo, era una combinazione che scompigliava pensieri e stomaco, facendo salire bolle d’ansia preoccupanti in Rosalba. Sapendo anche di non poterci andare vestita a mo’ di scadente quadro stile batik, come faceva di solito, la voglia e la determinazione di cambiare raggiungevano un inevitabile livello zero.

Una volta salutata Marisa ed entrata in macchina, certa di essere lontana dallo sguardo della sua pettinatrice di fiducia, si mise in testa un berretto di lana morbida per camuffare i danni temporanei che avrebbe sistemato sotto la doccia, con una cascata d’acqua e sapone, più tardi. Aveva ancora un sacco di tempo, prima di riprendere i bambini da scuola, e si disse che sarebbe stato carino usarlo per cercare un regalo di compleanno per suo marito. Non l’inflazionato portafogli marrone comprato in sconto, con la scatolina ammaccata e ingiallita. Stavolta voleva osare e sorprendere l’uomo meraviglioso che tutte le sere, accanto a lei, alle 21:15 spaccate russava sul divano con la bocca aperta.

L’unico negozio di intimo in paese aveva dei prezzi esorbitanti, ma non importava. Questa volta era decisa a fare qualcosa di folle, fuori dall’ordinario. Entrò col suo berretto gonfio di lacca, pervasa da un insolito entusiasmo.

– Rosy, tesoro! Che piacere vederti!

– Ciao Patrizia.

– Ti avrei chiamata per dirti che è arrivato il pigiamino per Anna.

– Si, grazie, lo prendo. Oggi, però, sono qui per me. Hai qualche completino diverso dal solito, magari nero, da farmi vedere?

– Un completino per te? Ne ho sicuramente qualcuno della tua taglia in magazzino. Aspettami qui, che vedo cosa possiamo fare. Rosy, tesoro, ma cos’è quel segno che hai sulla faccia?

Prima che Rosalba potesse rispondere, Patrizia era già sparita dietro una porticina bianca laccata, col pomello argentato. Si guardò allo specchio del camerino, che le sembrava deformare palesemente in larghezza, e la P di Patetica era ancora lì, sempre meno marcata, ma visibile e inconfondibile. Maledetto Paddy il coniglio. Immaginava la donna intenta a cercare freneticamente in uno scatolone nascosto sotto a pile di mutande bianche, nere e color carne ordinatamente piegate e vestaglie da ospedale con i fiorellini. Doveva esserci qualcosa che fosse più abbondante dei tanga brasiliani taglia 38, incollati ai manichini albini senza capelli che infestavano la vetrina. Come se portare una taglia diversa fosse un reato o qualcosa di cui vergognarsi. D’altra parte, si era presentata in negozio con un’enorme lettera scarlatta impressa a fuoco sul viso, segno che forse qualcosa di cui vergognarsi c’era.

Patrizia tornò con un ammasso disordinato di elastan e pizzi rossi tra le mani e l’espressione compassionevole di chi non sa come darti una brutta notizia, ma sotto sotto se ne frega genuinamente.

– Della tua taglia mi sono rimasti solo alcuni completini dall’ultimo dell’anno. Vedi se c’è qualcosa che ti piace.

Rosso. Tutto rosso. Rosalba lo odiava più di tutti gli altri colori, anche del verde pisello, fin da quando sua madre, da bambina, la costringeva ad indossare lo stesso maglione sintetico color semaforo per tutti i giorni delle sante festività natalizie. Era una sofferenza immane farsi gli auguri con tutti i parenti, perché ogni volta che le sue guance si avvicinavano a quelle di qualche cugino per schioccare il solito bacetto gelido di circostanza, Rosalba faceva le scintille e sembrava che il maglione diventasse sempre un po’ più rosso, come se si preparasse ad esplodere con tutto il suo contenuto, da un momento all’altro.

Osservò svogliata la lingerie che ora Patrizia aveva sistemato con una certa dignità sul bancone e cercò di immaginarsi con quello che le sembrava il meno peggio tra tutti. Un babydoll svolazzante, ma senza troppi ricami, le coppe del reggiseno che si spingevano in alto, verso l’infinito e un perizoma tutto elastici intrecciati non più spessi dello spago da cucina che usava per legare l’arrosto di maiale a capodanno.

– Posso provare questo?

– Certo, Rosy tesoro! Accomodati in camerino che te lo porto subito.

Come se ci fosse stata chissà quanta strada da fare. Negozianti compiacenti. Rosalba si spogliò, facendo attenzione a non togliere il berretto e a non scostare la tendina dello spogliatoio. Aveva un paio di mutande bianche a vita alta con l’elastico slabbrato su un fianco e nel freddo anonimo del camerino ci indossò sopra perizoma e babydoll.

Si guardò tentando di convincersi che no, non stava così male. L’effetto finale, sforzandosi fortemente di eliminare dalla mente e dalla vista mutandoni e berretto, produceva sensazioni contrastanti. Si sentiva a metà tra una pornodiva dell’est in pensione da quattordici anni, e un cotechino con le lenticchie pronto per essere tagliato. Pensò che ad ogni modo suo marito non l’aveva mai vista così, e forse la sua reazione sarebbe stata molto più che sorprendente.

In un impeto di audacia comprò lingerie e pigiamino strisciando rispettosamente il bancomat in segno di lutto e uscì dal negozio, indecisa se provare soddisfazione con un alone di dubbio, o dubbio con un alone di soddisfazione. Si infilò nella sua utilitaria e accese un’altra sigaretta sbirciando perplessa il contenuto della borsa di plastica. Odiava il rosso.

Il telefono squillò distogliendola improvvisamente dalle sue ruminazioni. Era suo marito.

– Che fai, Ro?

– Sono in macchina. Sono stata da Marisa e poi ti ho comprato il regalo di compleanno.

– Davvero? Il mio portafogli va ancora benissimo, non dovevi. A proposito di regali, ti ho chiamata per raccontarti una cosa. Hai presente Riccardo, il commerciale dell’ufficio sopra il mio?

-Si.

– Stamattina ha raccontato a tutti della sorpresa che ha ricevuto dalla sua fidanzata per il loro anniversario. Dice che alla sera si è presentata a casa sua e sotto al cappotto aveva solo una tutina di rete nera, a maglie larghe. Dico, ma tu te la ricordi la fidanzata di Riccardo?

– Vagamente.

– Beh, sai com’è fatto Riccardo. Ha detto che quasi non riusciva a trattenere le risate perché questa si era messa tutta in tiro, convinta di fargli un regalone, e invece si vedevano solo rombi di ciccia che sbucavano da ogni buco della rete… Però se l’è trombata lo stesso.

– Divertente. Da smazzarsi dalle risate. Senti, ora devo andare. Fra poco escono i bambini da scuola.

– Va bene, a stasera Ro.

– Ciao.

Era indignazione. O forse era qualcosa di più simile alla delusione. Una questione di sfumature sottili, ma Rosalba realizzò subito che quella telefonata era stata provvidenziale, perché non avrebbe mai rischiato di finire anche lei sulla bocca di tutti, come quella povera ragazza. Riccardo era noto per essere uno stronzo, misogino, pieno di sé, che nei momenti di stress pioveva forfora dalla testa come l’uragano Katrina, mentre suo marito non era proprio tipo da mettere in piazza gli affari privati, e le voleva molto bene. In ogni caso accostò la macchina vicino a un cassonetto e gettò via la biancheria. Non del tutto soddisfatta ci svuotò sopra l’intero contenuto del portacenere in segno di disprezzo e si allontanò risoluta, senza voltarsi indietro. Suo marito, per il compleanno, avrebbe ricevuto una bella teglia di lasagne. E che ne parlasse pure coi colleghi al lavoro, alla faccia di Riccardo!

Davanti alla scuola elementare si stava formando una piccola folla di genitori, parenti misti e tate professioniste in attesa del suono della campanella. Rosalba si sistemò in un cantuccio, appoggiata con le braccia incrociate a una colonna di cemento, il berretto calato fino alle sopracciglia. Dall’altra parte della strada vide avvicinarsi a passo svelto e cadenzato Magda, il terrore di tutte le donne del paese. Lei era quella che sapeva sempre tutto, di tutti, e se ancora non lo sapeva, andava direttamente alla fonte a fare domande imbarazzanti e fuori luogo. Puntò diretta allo zigomo di Rosalba e schiarendosi la voce quel tanto che bastava per assicurarsi l’attenzione dei presenti, come un’antenna Wi-Fi in collegamento, esordì con tono petulante.

-Rosalba! È un livido quello che hai sulla faccia?

– No, non è niente Magda, tranquilla.

– Da lontano avrei proprio giurato che lo fosse! Sicura che stai bene?

-Si, sto benissimo, grazie.

L’atteggiamento artico di Rosalba e il suo tono monocorde non scalfirono nemmeno uno spigolo della faccia di bronzo della pettegola, che come un avvoltoio affamato planò avida su un’altra preda designata, totalmente indifesa.

Prima uscì la classe di Giovannino, tra urletti e saluti chiassosi, e dopo qualche minuto arrivò anche Anna, ciondolando svogliata sotto il peso dello zaino. Sulla strada di casa i bambini parlottavano tra di loro raccontandosi la mattinata. Anna aveva preso 8 in storia, mentre Giovannino aveva rimediato un cazzotto sulla spalla, addirittura da uno di terza. Poi voleva giocare a calcio come il suo amico Filippo. Poi aveva fame. Una fame che non si può resistere.

– Mamma, stasera mi leggi il libro di Willy, cavaliere coraggioso? – disse Giovannino cambiando ancora discorso.

Rosalba lo guardò dallo specchietto retrovisore e lo vide piccolo, piccolissimo, talmente piccolo che senza sforzo sarebbe stato tutto all’interno del suo cuore. Prese la mano morbida di Anna nella sua, che la lasciò fare e accennò un sorriso di nascosto, poi si perse nella placida rassegnazione di essere riuscita a portare a casa solo un taglio di capelli da resettare, un pigiama che valeva più del solitario che portava al dito e il segno ormai lontano di una favola letta a metà prima di addormentarsi.

Senzapenna

I pensieri di una scribacchina.

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