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Lady Gaga e il venditore porta a porta.

Se le chiedevi cosa non sopportava in questo mondo, Gigliola, una normalissima madre di famiglia né troppo giovane, né troppo vecchia, come ce ne sono tante, ti rispondeva schietta, senza pensarci su un minuto. Ogni volta, priva del minimo dubbio, diceva di odiare tutti i tipi di ingiustizie, i falsi moralismi, gli ipocriti, la colatura di alici, la pelle del salame e i venditori porta a porta, i suoi più acerrimi nemici. Soprattutto detestava quelli che impietosi infrangono tutti i tuoi sogni senza nemmeno darti il preavviso, senza chiedere il permesso, magari in un giorno speciale, unico, che non avrebbe consentito replica. Bisognosa di essere ascoltata da qualcuno che fosse in grado di comprenderla nel profondo, Gigliola si confidò, rompendo il suo silenzio, e mi raccontò questa storia, chiedendomi implorante di giurare che non l’avrei mai, e sottolineò mai, riferita ad anima viva. Ed io, che mi ritengo una persona affidabile, dal cuore grande, giurai.

Accadde tutto in fretta, troppo in fretta.

Dopo diversi mesi di ponderata riflessione, Gigliola decise di prendersi una pausa dallo stress quotidiano e, finalmente, rimasta sola in una mattina di metà settimana, chiuse a chiave la porta di casa con quattro mandate, pronta a dare sfogo alle sue fantasie più recondite. Si infilò la tuta di ciniglia color lavanda di Provenza, che aveva conservato appositamente per l’occasione, nascosta nell’armadio degli asciugamani. Era quella con i glitter e i pon-pon sulla schiena, di due misure più piccola, che la sfinava moltissimo. Completò l’outfit vincente con un paio di scarpe da ginnastica dotate di carrarmato e zeppa rosa shocking, rigorosamente in tinta con una fascia per i capelli brillantinata, parecchio aggressiva. Così agghindata uscì dal bagno e attraversò il soggiorno. Tornò indietro: aveva dimenticato di far partire la lavatrice. Imboccò il corridoio, chiedendosi se avesse dimenticato qualcos’altro, ma no. Via libera. Accese il grosso televisore con un movimento sicuro e disinvolto, schiacciò il pulsante della WII, riscoprendo la propria emancipazione di donna, e infilò il disco di Just Dance nella console.

Lei lo voleva. Voleva ballare. Voleva ballare Lady Gaga con tutti i muscoli del suo corpo, da quando, per la prima volta, aveva visto sua figlia saltellare al ritmo di “Born this way”, come una forsennata. Il suo ruolo di madre seria e responsabile le imponeva, però, di rimanere composta e vagamente serafica, quasi indifferente allo spettacolo che davanti le si manifestava in tutta la sua magnificenza. Seguiva i passi sullo schermo con gli occhi bramosi, mentre con una mano mescolava diligentemente il soffritto, a ritmo, ma da brava massaia. Solo quando avvertì che, involontariamente, una delle sue anche cominciava a muoversi in autonomia, facendole ballonzolare tutto il bacino e quello che ci stava sotto, distolse l’attenzione con imbarazzo, continuando a preparare il ragù, mesta, mesta, per non destare sospetti.

Così, quella stessa notte, ebbe un’illuminazione folgorante: lo avrebbe fatto di nascosto da tutta la famiglia! Non avrebbe di certo avuto la soddisfazione immensa di esibirsi davanti ad un pubblico che la applaudisse adorante, lanciando fiori, ma non frutti, però la sua autostima sarebbe lievitata enormemente, come il panettone con l’uvetta nella fabbrica della Bauli, a cavallo tra novembre e dicembre.

Ora si ritrovava sola, col salotto tutto per sé. Sistemò i piedi al centro del tappeto, davanti all’enorme televisore. Respirò a fondo per preparare i polmoni alla sublime performance che avrebbe prodotto di lì a poco e fece partire la canzone col telecomando. Si sentiva così emozionata che percepiva un leggero mal di pancia, ma lo ignorò, stoica come Giovanna d’Arco in partenza per la guerra dei Cent’anni. Chiuse gli occhi per un istante, con contrizione, scuotendo la testa per riemergere da un leggero stato di trance ipnotica autoindotta. Poi si concentrò. Ecco sullo schermo la ballerina tutta scosciata che sua figlia imitava qualche tempo prima. Era pronta. Partì la musica. Il momento era arrivato. Si atteggiò in una posa ammiccante dei fianchi e delle spalle, un sorriso sensuale di trionfo. Portò avanti le manine per attaccare con la prima battuta. Cin’, sei, sett’, ott’ e….

Suonarono alla porta. Ebbe bisogno un attimo per realizzare che era proprio il suo campanello, e subito dopo sentì il cuore nelle orecchie per lo spavento. Cercò di ricomporsi più in fretta che poté, come una poco di buono che è appena stata pizzicata a fare chissà quali zozzerie. Spense tutto e le girarono vorticosamente le palle. Chi cacchio poteva essere a quell’ora? I testimoni di Geova erano passati martedì, e non poteva proprio essere che fossero ancora loro, perchè li aveva fatti scappare terrorizzati tirandogli dalla finestra una secchiata d’acqua saponata bollente, con tutto il secchio dietro, urlando “Avada kedavra!”. Era molto difficile che si ripresentassero prima di un paio di mesi. Non poteva trattarsi nemmeno di un rappresentante del mercato libero, perché all’ultimo che le aveva chiesto copia di una bolletta recente del gas era andata peggio che ai testimoni di Geova, e sapeva che era ancora rinchiuso ad Azkaban. Suonarono di nuovo. Stavolta più a lungo. Che insistenza e che insolenza, perbacco!

Gigliola guardò furtiva dallo spioncino e vide un ragazzotto che non poteva avere più di 30 anni, sorridente, in giacca inamidata e cravatta, col nasone puntato verso di lei e un sorriso sornione, ammaliatore. Aveva sulla testa una massa di capelli talmente impomatata che ricordava in tutto e per tutto un casco da enduro. Non poteva ignorarlo, perché aveva sicuramente sentito la musica celestiale provenire dall’interno. Cercò quindi di armarsi di tutta la pazienza e il savoir-faire di cui sapeva per certo di essere dotata e, mentre apriva la porta lentamente, per creare un’atmosfera di incerta attesa, indossò un’espressione che sembrasse più rassicurante di quella da cane corso posseduto da un’orda di demoni del Dungeons & Dragons, che aveva poc’anzi.

«Salve, cara signora mia! Ma che bell’outfit che mi indossa stamane! Mi permetta di presentarmi: sono un venditore di aspirapolvere molto famosi, verdi e con un nome strano e fiabesco! Posso rubare cinque minuti del suo prezioso tempo per dimostrarle come funziona il nostro strabiliante prodotto?», le disse tutto d’un fiato, con un’esposizione inquietante della dentatura che brillò fulminea nella penombra della scala condominiale.

Poveretto. Si trascinava dietro una valigia che a Gigliola sembrò pesantissima e aveva un rigolo di sudore minaccioso che, fuoriuscendo dal casco, stava per attraversargli inesorabilmente una tempia, per infilarsi subdola nel colletto della camicia. La donna, ancora frastornata, lo fece accomodare nel salotto del misfatto, non troppo entusiasta del tempo che passava. Si rese conto immediatamente di aver commesso un terribile errore, perché il giovane, fresco di riunione motivazionale con il suo team altamente motivato, attaccò un pippone di un’ora e tre quarti sulle prodezze e le mille meraviglie che il suo aspirapolvere era in grado di fare, permettendo all’utente di divertirsi, per giunta! Senza darle il tempo di ribattere, il giovane spiegò a Gigliola che lui era anche il miglior venditore della zona, pluripremiato dalla casa madre alla serata degli AA: “Aspirapolvere molto famosi, verdi e con un nome strano e fiabesco Awards”. Disse anche che non aveva mai, mai perso una vendita, che con tutti i soldi che guadagnava in un solo mese stava pensando seriamente di comprare una barca, o una baita di montagna in montagna, o una villa settecentesca a Pinarella di Cervia, o forse, chissà, un trullo tra il Gargano e il Salento per riuscire finalmente ad andare a ballare in Puglia, Puglia, Puglia. Prima che le mostrasse anche la foto di parenti e affini di sua moglie, fino al quarto grado in linea collaterale, l’assicurazione scaduta, vergogna, della macchina del suo vicino, la dichiarazione dei redditi e la tessera dell’Esselunga con il saldo dei punti fragola, Gigliola lo fermò risoluta. Aveva sentito abbastanza.

Non era interessata al suo aspirapolvere. Aprì uno sportello della cucina e gli mostrò che ne possedeva già uno, uguale identico al suo, molto verde, venduto da un suo stimatissimo collega, anch’egli campione di transazioni di successo, che stava pensando di comprare, tutto in un’unica soluzione, senza la necessità di scegliere, un bungalow in pietra pomice a 1300 metri dal mare, a Roseto degli Abruzzi; un rarissimo chihuahua gigante dal pelo lungo che ululava agli idranti ed era stato usato come guest-star in Twilight uno, due e tre; una pelliccia di toporagno nano del Botswana per la sua signora esigente e un bel cesto di frutta, perché la frutta fa sempre bene. Il sorriso da Big Jim del povero venditore si trasformò in una specie di paresi granitica dai toni grotteschi. L’occhio sinistro cominciò a traballare nervoso, come quello della bambolina diabolica, senza i capelli, di Toy Story. Sembrava un po’ meno motivato di prima, e a Gigliola dispiacque aiutarlo a ricomporre la sua valigia verde e accompagnarlo alla porta, con qualche pacca motivazionale di sostegno sulla spalla, il consiglio di andare a lavorare come fanno tutti quelli della sua età e il cruccio di essere stata certamente la prima ad aver causato il tracollo del record d’incassi del giovane. In un qualsiasi giorno normale era sicura che lo avrebbe consolato con parole e gesti più efficaci. Purtroppo, però, Lady Gaga la stava proprio aspettando, e nonostante tutto, l’odio profondo verso i venditori porta a porta era ancora molto vivo in lei. Chiuse la porta, rimanendo ad ascoltare i passi del ragazzo che si trascinavano disperati sui gradini freddi della scala, fino all’uscita principale. Poi venne il silenzio.

Finalmente era sola! Si sistemò al centro del tappeto, puntellando i piedi per non perdere aderenza, più concentrata di prima. Accese di nuovo la tv, spinse il pulsante della WII, fece partire la canzone, posa della chiappa ammiccante, le manine avanti da soubrette di successo. Era praticamente fatta! All’attacco della prima strofa andava tutto benissimo, allora Gigliola cominciò a muovere le gambe cercando di sincronizzarsi con la ballerina. Ci stava riuscendo! Sembrava una passeggiata quel ballo che la prima volta, osservato di sottecchi, le era risultato impossibile da riprodurre, e invece ora eseguiva con tanta disinvoltura. Ed ecco che la scosciata, alla seconda strofa cantata e contro ogni previsione, saltò. Gigliola si fece prendere da un incontenibile entusiasmo e producendo un urletto di gioia saltò anche lei. Forse un po’ troppo saltò, perché non appena atterrò sui carrarmati delle scarpette, sentì uno strappo secco, improvviso. Traaaaaaac! I pantaloni della tutta si squarciarono completamente, lungo tutta la cucitura all’altezza del sedere, scoprendo un sorprendente perizoma blu elettrico nascosto tra due glutei abbastanza importanti. Roba che neanche Mosè quando separò le acque. E sì che si era impegnato parecchio.

Gigliola si girò preoccupata ad osservare l’entità dei danni, credendo che quella paralisi del corpo e dello spirito che si stava impossessando di lei sarebbe durata per l’eternità. Pensò che la sua autostima avesse decisamente scelto la mattina sbagliata per emergere. Si guardò intorno come se avesse perso la mamma al mercato e tirò un profondo, interminabile sospiro di sconfitta. Spense il televisore mentre la musica stava per terminare e si tastò il sedere per essere sicura che l’episodio si fosse realmente verificato.

Non le restava più nulla da fare. Al colmo della devastazione interiore, fece qualcosa che l’avrebbe segnata per il resto della sua vita. Prese una ventina di mollette da bucato, da un cestino appeso solitario allo stenditoio, e le usò per chiudersi con accuratezza e maestria lo strappo dei pantaloni. Fece molta, moltissima attenzione ad abbinare adeguatamente i colori tra loro, perché dobbiamo ricordarci che è molto importante che anche nella disgrazia totale una donna non dimentichi mai che nella vita lo stile viene prima di tutto. Cambiò le combinazioni più volte servendosi della mazzetta dei colori RAL che suo marito, imbianchino professionista, aveva dimenticato a casa. Quando si sentì sufficientemente soddisfatta osservò il risultato allo specchio e provò a scodinzolare, agitando le mollette in un moto perpetuo molto gradevole ed armonioso, per sincerarsi che l’effetto arcobaleno fosse riuscito alla perfezione, senza alcun difetto.

Ora Gigliola si sentiva pronta ad affrontare qualsiasi battaglia, quindi, senza indugiare oltre, entrò in cucina, aprì l’armadietto e si rassegnò finalmente al suo destino crudele. Intonò solenne un’altra canzone di Lady Gaga e cominciò, fiera, a passare l’aspirapolvere.

 

Senzapenna

I pensieri di una scribacchina.

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