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Il punto zero.

Questo è il punto zero. Vuol dire tutto e non vuol dire niente, ma prima o poi devi augurare a te stesso di raggiungerlo, anche una sola volta nella vita.

Si, è il punto zero. Non è una grande svolta e non è un momento felice. Non è una promozione sul lavoro e non è nemmeno quando credi che, stavolta si, “ho trovato il grande amore”. Non è partire per un viaggio alla ricerca di se stessi, perché sia come sia, non sta scritto da nessuna parte che “te stesso” si trovi in un monastero tibetano o dentro un geyser islandese.

Magari è sempre stato nel taschino di quel cappotto vecchio che non metti più, stropicciato e maltrattato tra un fazzoletto usato, la carta di una caramella alla menta e un pacchetto vuoto di sigarette che ti eri ripromesso di buttare al primo cestino. Magari è chiuso dentro di te e bussa per uscire, ma non lo vuoi ascoltare.

Il punto zero è molto di più. E anche molto di meno. È quando cadi a faccia in giù lungo una strada ghiaiata e non c’è nessuno che ti aiuti a rialzarti. Con il naso nella polvere, un sopracciglio scorticato e l’orgoglio che fa un male atroce, trascorrono soltanto pochissimi secondi per renderti conto che sei l’unico essere vivente che in quel momento può tenderti una mano.
È quando realizzi che camminare a testa alta è una grandissima stronzata, perché per non cadere di nuovo devi vedere lucidamente e chiaramente dove metti i piedi. Il punto zero non è la consapevolezza di essere arrivati in un sotterraneo umido e ammuffito. È quell’istante che trascorre tra questa presa di coscienza e il primo passo che farai per uscirne illeso.

Lo vedi ora?
Bene, tienilo ancorato a te, e lascia perdere la calma, l’autocontrollo, il corso di yoga e tutta quella roba zen. Mantieni la rabbia e fai in modo di averne il controllo. Devi tenerla per i capelli. Immagina che sia un riff di chitarra, di quelli veramente cattivi che ti graffiano le ossa. Quello della ragazza di cui ti parlerò è stato Immigrant song.
Ora che hai il riff scarica tutta la rabbia sugli accordi che senti. Butta fuori tutto finché non sei in grado di percepire nient’altro che la musica. A questo punto, se sei riuscito davvero ad agganciare il punto zero, potrebbe capitare che in te si muova qualcosa di molto diverso dalla rabbia. Di solito è la forza, a volte è il coraggio, più spesso tutt’e due. Una slavina di energia vitale che ti travolge, ma non ti tramortisce.

La ragazza che conoscevo non usciva di casa da qualche anno. Trascorreva le giornate dentro a un paio di scarpe con la suola sfondata, tanto era il peso che si portava addosso. Non sentiva nessun riff, aveva solo troppa fame di tutto. Si truccava il viso con molta cura, ogni mattina, perché era l’unica parte del suo corpo che trovava ancora sopportabile, o forse l’ultimo tentativo di restare in contatto con quel poco di dignità che le era rimasto. Così ciondolava, fino alla sera, quando il ronzio di quel vecchio frigorifero malandato la attirava a sé come il canto di una bellissima sirena. Allora mangiava. Tutto e forse di più, mangiava. Finché a riempirle la gola non erano solo lacrime e saliva.

Era bastata un’unica, piccola frase, detta in mezzo a milioni di altre frasi con le quali conviveva da tutta una vita, a colpirla così in profondità da scatenare la crescita esponenziale delle sue cosce, delle sue braccia, della sua pancia e della sua faccia, la sua dolcissima faccia.
Era successo in un giorno qualsiasi, in un posto che nemmeno ricordava più, ma che le aveva lasciato cuore e cervello spaccati in due.
“Ma ti sei vista? Sei una botte di merda. Non ti meriti neanche di rimanere al mondo”. Lì non c’era stato nessun punto zero. Soltanto un senso di vertigine, la percezione del battito cardiaco che ti sfonda l’anima e poi il silenzio, di quelli che puoi coprire solo se mastichi abbastanza a lungo da illuderti che il cibo sia il tuo nuovo migliore amico.

Il punto zero è arrivato, neanche a farlo apposta, in un giorno d’autunno, con la pioggia, lo scricchiolio delle foglie secche sul viale dietro casa, l’aria pungente e tutto il resto. Quel giorno non c’era nessun posto evocativo o poetico a fare da sfondo. Era solo un ambulatorio medico di un paesello di montagna. Il dottore scuoteva la testa guardando prima la bilancia, poi la sua espressione umiliata. Lo scantinato umido e ammuffito.

È stato tornando a casa, sul viale di prima, quello pieno di foglie, con l’aria pungente e tutto il resto, che è partito il riff.
Subito era un vago, quasi impercettibile rumore in lontananza. Poi si è avvicinato, sempre di più, sempre più forte. È cresciuto impastandosi con la rabbia fino a diventare assordante. Tum du du du dum, tum tu du du dum, tum tu du du dum. Fino a diventare una valanga.
Quello che è successo dopo non è stato magico, né particolarmente straordinario. Non so dire se oggi sia felice, o se abbia smesso di farsi del male.

Quello che so è che ascolta ancora i Led Zeppelin, ha comprato un frigorifero nuovo e indossa un paio di scarpe bellissime.

Senzapenna

I pensieri di una scribacchina.

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